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5 gennaio 2014

Al Cairo, in conseguenza della messa fuori legge dei Fratelli mussulmani, il governo putschista dichiara esplicitamente la sua avversione per Hamas, già evidenziata dalle mosse ostili e punitive per i cittadini della Striscia. “Gli egiziani /sic/ sono convinti di non poter collaborare in alcun modo con un governo legato al terrorismo”. Assedio e raid a tempo indeterminato perciò.  

8 gennaio 2014

A Gaza, Israele continua ad uccidere: un missile riduce in pezzi un giovane di trent’anni, ritenuto militante di Jihad. In Cisgiordania continuano invece le violenze dei coloni con operazioni di cosiddetto “price tag” (prezzo da pagare: i coloni sfogano sui palestinesi la rabbia per ogni ostacolo incontrato nell’appropriazione delle loro risorse). Questa volta l’ostacolo è lo smantellamento dell’avamposto abusivo Es Kadesh, la violenza si scatena contro i villaggi di Qusra e Madma, non lontano da Nablus, provocando scontro con gli abitanti. La resistenza della popolazione è però soprattutto pacifica: a Battir e nei villaggi vicini, presso Betlemme, si cerca di resistere alle confische di terre funzionali alla colonia ebraica di Gilo, lotta che attira gli attivisti palestinesi, a partire da quelli di Bilin, ed internazionali impegnati contro il Muro.

11 gennaio 2014

Muore Ariel Sharon, da anni in coma irreversibile. A fronte di silenzio e freddezza nel mondo arabo, o di giubilo palestinese per la fine del “primo macellaio”, leader e media occidentali - a partire da Usa, Gran Bretagna ed Italia - si profondono in cordoglio e falsificazioni storiche per accreditargli immaginari intenti di pace.

16 gennaio 2014

A Gerusalemme, Benjamin Netanyahu rilancia le accuse contro la Ue, dopo che la responsabile per gli Esteri Catherine Ashton ha confermato le direttive per contrastare la colonizzazione ebraica nei Territori, “ostacolo per la pace”: “ipocrisia” secondo il premier, che sa bene come alle parole europee non seguano quasi mai fatti conseguenti. Il governo israeliano è preoccupato però per le notizie provenienti dall’Olanda, pur schierata con Israele, dove alcune entità decidono di applicare effettivamente le direttive Ue e disinvestono di conseguenza: fra esse il Pggm, il fondo pensioni, ritira i suoi depositi dalle banche israeliane. L’esempio sta per essere seguito da altri fondi pensione europei, secondo il “Financial Times”. Ne seguono due annunci del governo, nel giro di una sola settimana, relativi alla costruzione di nuove case per i coloni, fra Gerico e Gerusalemme e nella parte araba della capitale.

21 gennaio 2014

Nella notte, nell’ennesimo blitz aereo contro Gaza, gli israeliani ammazzano due ventenni per rappresaglia contro gli ultimi lanci di razzi. “Daremo molto presto una lezione ad Hamas”, minaccia Netanyahu. Intanto, è rinviato il viaggio del segretario di Stato John Kerry, sia per l’inutilità del suo negoziato sia per gli attacchi dei coloni e da parte delle stesse autorità israeliane: è stato definito “ossessivo e messianico” dal ministro della Difesa Moshe Yaalon, fra gli altri esponenti.

31 gennaio 2014

A Gerusalemme, soldati israeliani appostati ad un check point sparano ai piedi ed alle gambe di due ragazzini palestinesi di 17 e 19 anni, entrambi bravissimi giocatori di football: non potranno più giocare.

6-7 febbraio 2014

Nella notte, l’esercito israeliano sgombera il villaggio di Ein Hijleh, nella valle del Giordano, evacuato dagli israeliani nella Guerra dei sei giorni e rioccupato una settimana orsono da centinaia di palestinesi. Il villaggio è divenuto insieme a Bilin, Battir ed Hebron (dove l’occupazione ebraica è diventata più invasiva, col pretesto di scavi archeologici per rinvenire antichi sepolcri) un centro della resistenza palestinese in Cisgiordania. Nonostante la consueta brutalità della repressione (circa 40 i feriti), gli attivisti danno vita ad un villaggio di tende, ad al Joula, sempre nella valle del Giordano. Intanto, la Croce rossa annuncia l’interruzione della sua missione nei Territori, attaccata almeno 6 volte dalle forze israeliane per impedire i soccorsi ai palestinesi.

13 febbraio 2014

Da Gerusalemme all’insediamento ebraico di Maale Adumin, si svolge la marcia dei coloni, con la partecipazione di diversi esponenti governativi, per rivendicare il presunto diritto ad occupare ogni spazio della Palestina ed affermare che “Israele è una sola, dal Mediterraneo al Giordano”. Numerosi i cartelli e gli slogan contro John Kerry. Intanto, a Gaza, i militari sparano ad un gruppo di palestinesi ammazzando un giovane e ferendone gravemente un altro.

25 febbraio 2014

A Gerusalemme, giovani palestinesi si ribellano all’annuncio del riesame, da parte della Knesset, dello status della Spianata delle moschee per la rivendicazione ebraica sul Monte del tempio. Intervengono le forze di polizia accendendo scontri con i giovani: 15 fra essi vengono feriti e 4 sono tratti in arresto. In questi stessi giorni Amnesty International diffonde il suo ultimo rapporto sulle violenze commesse dagli israeliani contro i palestinesi, soffermandosi particolarmente sull’uccisione di 45 civili palestinesi che “non rappresentavano alcuna minaccia diretta per i militari”, ed il ferimento di migliaia di persone negli ultimi anni.

27 febbraio 2014

Mentre Israele replica con irritazione al rapporto di Amnesty International, a Bir Zeit i militari uccidono il giovane Muataz Washaa, militante del Fplp e, nei giorni seguenti, reprimono le manifestazioni di protesta, con il ferimento di altri giovani, perfino il giorno del funerale. La brutalità israeliana non risparmia i bambini: a Khan al Amar, dopo averli spiati con piccoli droni, i militari intervengono per reprimere il festeggiamento dei giocattoli donati dagli attivisti italiani e sequestrare i giochi.

4 marzo 2014

Al Cairo, la magistratura dichiara fuorilegge Hamas, in quanto alleato della Fratellanza mussulmana, con l’accusa di aver preso parte alle dimostrazioni contro il golpe dello scorso luglio e di aver fornito appoggio alle cellule jihadiste operanti nel Sinai: accuse sempre smentite da Hamas e mai provate. D’ora innanzi le autorità di Gaza ed i militanti rischiano l’arresto immediato al passaggio della frontiera. Chiunque porti   solidarietà ed aiuti ai gazawi è considerato sospetto: oggi vengono arrestati e malmenati alcuni pacifisti americani intenzionati ad entrare in Gaza, l’indomani viene bloccato un altro gruppo i cui componenti, fra i quali Mairead Maguire, sono fermati ed interrogati per 8 ore. Nella stessa giornata, il governo israeliano annuncia di aver bloccato una nave battente bandiera panamense con l’accusa di provenire dall’Iran e portare armi dirette alla Striscia.

11-14 marzo 2014

Per due giorni consecutivi, Israele compie decine di raid contro Gaza. Al lancio di razzi deciso in conseguenza, risponde con altri raid. A Khan Younis restano uccisi 3 palestinesi, attivi nella resistenza. In Cisgiordania, le manifestazioni contro la colonizzazione sono represse dalle forze israeliane che feriscono 40 persone; ed a Gerusalemme continuano le incursioni nel complesso di al Aqsa dove, il venerdì, è interdetto con la violenza l’accesso ai fedeli di età inferiore ai 45 anni. Altre “visite” invasive alla moschea di coloni e militari avvengono la prossima settimana, compresa una delegazione di parlamentari della Knesset. Nei prossimi giorni, fonti palestinesi riprese da “Infopal” denunciano l’aumento delle retate e particolarmente degli arresti fra i bambini palestinesi, superiori dell’80% alle medie mensili riscontrate negli ultimi anni.

24 marzo 2014

Al Cairo, al termine di un processo farsa, la magistratura commina la condanna a morte a 529 sostenitori della Fratellanza mussulmana in relazione alle manifestazioni dello scorso 14 agosto, la cui sanguinosa repressione costò la vita a centinaia di dimostranti. Nei paesi occidentali la notizia è quasi ignorata, praticamente nulle le reazioni. Gaza è preparata al peggio, stretta nella morsa dell’assedio praticato da Israele ed Egitto, il quale ultimo ha completato la distruzione di 1370 tunnel sotterranei che permettevano alla Striscia di vivere. Fonti palestinesi accusano gli Usa di aver contribuito alla demolizione, dotando l’esercito israeliano di apparecchiature per individuare le gallerie.

31 marzo 2014

Aerei militari israeliani sganciano bombe davanti alle coste di Gaza, riproducenti il suono di esplosioni avvertibile in tutta la Striscia. Nei giorni scorsi, fra le ultime aggressioni delle forze di occupazione in Cisgiordania, sono stati uccisi 3 palestinesi nel campo profughi di Jenin.

1-2 aprile 2014

Il segretario di Stato americano John Kerry torna in Israele per concordare con Benjamin Netanyahu la prosecuzione dei cosiddetti negoziati che, non prevedendo neppure il blocco dell’espansione coloniale, sono finalizzati alla mera capitolazione palestinese. Ad Abu Mazen, incontrato il giorno dopo, Kerry chiede di bloccare l’adesione della Palestina a 14 fra organismi e trattati internazionali, già decisa dall’Anp, nonché ogni ricorso contro i crimini israeliani. Le 14 convenzioni comprendono, fra le altre, quelle “sulla prevenzione e repressione del crimine di apartheid”, sui “diritti civili e politici”, sui “diritti economici, sociali e culturali”, sulla “eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale”, “contro la tortura ed altre crudeltà, trattamenti disumani e degradanti” ma non l’adesione, la più temuta da Usa-Israele, alle Corti internazionali per la punizione dei crimini commessi dalla potenza occupante. Nell’attesa della resa palestinese, Israele blocca le scarcerazioni di prigionieri politici palestinesi cui si era impegnato. Persino Kerry ammette ”i negoziati sono ad un punto critico…”

7 aprile 2014

A Ramallah, indotto dalla base, Abu Mazen ha rifiutato le principali imposizioni israelo- americane, temperando il rifiuto con adulazioni verso gli Usa . L’Olp ha dichiarato tramite un portavoce che i colloqui hanno comportato “un costo troppo alto per i palestinesi” (60 uccisi, 940 feriti dallo scorso luglio e l’accelerazione dell’espansione coloniale), ma non chiude alla loro prosecuzione né fa seguire fatti significativi. Israele colpevolizza l’Anp per il blocco dei negoziati, minaccia di “trattenere” le imposte e dazi ad essa spettanti, provvedimento puntualmente eseguito 3 giorni dopo, infine reitera gli annunci per la costruzione di 700 abitazioni per coloni ebrei a Gerusalemme est.

18 aprile 2014

In occasione della Pasqua, Israele ha ristretto ulteriormente, rispetto agli anni scorsi, le autorizzazioni ai cristiani per l’ingresso a Gerusalemme (meno di 10.000 permessi, mentre i soli cristiani palestinesi sono 4 volte tanto), ha attuato pesanti limitazioni all’accesso alla Spianata delle Moschee e blindato i Territori, con il pretesto della Pasqua ebraica. Per “ragioni di sicurezza” è stata impedita nei giorni scorsi la partecipazione alla Maratona palestinese, in programma l’11 aprile da Betlemme al Muro.

23 aprile 2014

I leader di Fatah ed Hamas, Abu Mazen ed Ismail Haniyeh, annunciano ancora una volta di avere raggiunto un accordo per formare un “governo di consenso nazionale”, composto da 17 personalità indipendenti avente il compito di favorire la riconciliazione e di portare i palestinesi alle elezioni, parlamentari e presidenziali, entro 6 mesi. Nonostante i precedenti fallimenti la popolazione festeggia speranzosa, benché le distanze restino enormi. La reazione israeliana è furiosa, accompagnata da un raid punitivo contro il nord di Gaza (5 feriti), mentre gli Usa, con la consueta eco europea,   ribadisce la imprescindibilità del riconoscimento di Israele e le altre “note disposizioni” (riassumibili nella fine della resistenza agli occupanti) che saranno “determinanti per il prosieguo della nostra assistenza” Intanto, 200 prigionieri politici palestinesi riprendono lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa e gli abusi praticati ai danni propri e delle loro famiglie.

28 aprile 2014

In Egitto, al termine di un processo farsa, il tribunale di Minia pronuncia la condanna a morte per 683 affiliati ai Fratelli mussulmani, già dichiarati “gruppo terroristico”, fra i quali il leader Mohammed Badie, in relazione alle manifestazioni in favore dell’ex presidente Morsi, deposto dal golpe militare. Ovvie le ripercussioni politiche a Gaza. Quivi, nella notte, un’esplosione certamente di mano israeliana praticamente distrugge l’Arca, piccola nave allestita dalla Freedom Flotilla per contrastare l’assedio portando prodotti agricoli, artigianali ed artistici della Striscia in altri paesi.

1 maggio 2014

A Gerusalemme, il governo Netanyahu annuncia la legge diretta a proclamare Israele “Stato del popolo ebraico”, che avrà l’effetto di rafforzare l’apartheid a danno della popolazione araba (vedi nota 24 novembre 2014). Il partito nazionalista ‘Casa ebraica’, componente della maggioranza di governo, ha predisposto a sua volta un progetto di legge finalizzato all’annessione dell’intera ‘zona C’ (il 60% circa della Cisgiordania) allo stato ebraico; ed annunciato, per voce del ministro all’edilizia Uri Ariel, che la popolazione colonica crescerà del 50% nel prossimo quinquennio.

15 maggio 2014

A Beitunia (Cisgiordania), nel reprimere la commemorazione dei martiri della Nakbah, le forze israeliane uccidono 2 adolescenti palestinesi disarmati, Nadim Nuwara e Muhammad Abu Thahrir, e feriscono altri giovani, allungando ancora la lista dei giovani vittime a decine dalla ripresa dei cosiddetti ‘negoziati di pace’. Tre video mostrano chiaramente l’esecuzione a freddo dei ragazzini smentendo, come la successiva autopsia, le versioni fasulle dell’esercito sionista.

2 giugno 2014

E’ nominato il ‘governo di consenso nazionale’ palestinese. Per favorirne la formazione Hamas, fortemente indebolita dal golpe egiziano, oltre a sciogliere il governo Haniyeh, ha rinunciato a porre la precondizione del rifiuto della cooperazione dell’Anp con le forze di sicurezza israeliane, della quale hanno fatto pesantemente le spese i suoi seguaci in Cisgiordania, rinunciato altresì a indicare il ministro degli esteri, riservato a un uomo gradito alle cancellerie occidentali, Riad al Malki, ed accettato che il presidio del valico di Rafah spetti agli uomini di Abu Mazen. Causa i sanguinosi eventi successivi, tale esecutivo non governerà. Per intanto la reazione israeliana, già dal giorno successivo, è la concretizzazione dell’annuncio del ministro Uri Ariel (vedi nota 1 maggio 2014) con i bandi per 2900 alloggi destinati agli ebrei fra Cisgiordania e Gerusalemme est; e l’appropriazione delle imposte spettanti all’Anp, per un importo di quasi 100 milioni $ al mese.

12 giugno 2014

A Soudanya, nella Striscia di Gaza, un drone israeliano uccide un militante salafita, Hamada Nasrallah, un civile palestinese e ferisce a morte un bambino. Ma tutta l’attenzione internazionale si appunta sulla scomparsa di 3 studenti di una scuola rabbinica nei pressi di Hebron (Cisgiordania), seguita dalla rivendicazione di una sigla sconosciuta, della quale profitta il governo israeliano per mettere sotto accusa Hamas e la resistenza palestinese. Immediatamente l’esercito blinda Hebron e le zone vicine con 2.000 unità speciali e dà il via a sanguinosi rastrellamenti ed arresti arbitrari: centinaia di palestinesi vengono sequestrati nei giorni successivi, a cominciare dagli esponenti islamici. Ed altri ammazzati: la prima vittima della nuova ondata repressiva (denominata Brother’s keeper) è il 19enne Ammar Arafat, nel corso di un pesantissimo rastrellamento nel campo profughi di Jalazon.

20 giugno 2014

Nel corso dell’operazione Brother’s keeper, altri ragazzi palestinesi sono falciati dai militari sionisti: il ventenne Mustafa Aslan e Mahmoud Dudeen, di soli 13 anni. I cortei funebri vedono un’ingente partecipazione, fra dolore e rabbia contro gli occupanti, i feriti sono molte decine e gli arresti arbitrari di palestinesi sono giunti a 330: fra essi, 51 persone precedentemente scarcerate in seguito agli accordi ed ora nuovamente sequestrate. Alla violenza dello stato sionista si affianca quella delle ronde di coloni ebrei inneggianti al ‘price tag’ (prezzo da pagare) contro le case, i campi, oggetto di vandalismi e incendi, i luoghi di culto, le persone dei palestinesi. Israele non dimentica Gaza, colpita da bombardamenti che provocano diversi feriti, anche bambini: muore dopo una lunga agonia un piccolo gazawi di 7 anni, Ali al Awour, in seguito all’attacco di un drone. Nel tragico contesto giunge come l’ennesima beffa la notizia che Israele ha ottenuto la vice presidenza della commissione Onu sulla decolonizzazione.

22 giugno 2014

A Ramallah, una vivace dimostrazione contro l’Anp – che insiste nella collaborazione con le forze israeliane intente alla punizione collettiva dei palestinesi- sfocia in un assedio alla sede della polizia; mentre bande di coloni, protetti dall’esercito, si accaniscono contro famiglie palestinesi.

1 luglio 2014

Nell’aggressione senza fine scatenata dai coloni contro i palestinesi, mai repressa dallo stato ebraico, spiccano incendi di fattorie e villaggi, volontari investimenti stradali, anche a danno di bambini, una marcia di coloni a Gerusalemme scatenati nella ‘caccia all’arabo’: poche ore dopo viene trovato il corpo carbonizzato di Mohammad Abu Khdeir, 16 anni. L’autopsia rivelerà la presenza di fuliggine nei polmoni: il ragazzino è stato bruciato vivo. I militari aggiungono altra violenza, reprimendo brutalmente le manifestazioni di protesta seguite a Gerusalemme e in diverse altre località all’assassinio. Mentre viene rapito Mohammad, nel campo profughi di Jenin muore per un colpo di pistola al cuore, sparato da un soldato, il 18enne Yussef Zagha; il cugino 15enne di Mohammad, Tareq, è aggredito dai soldati a calci e pugni. Decine i feriti, 2 3 uccisi, nei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, colpita in 14 punti diversi.

8-9 luglio 2014

A Gaza, nell’ambito della nuova offensiva israeliana ‘Margine protettivo’, i bombardamenti fanno strage di bambini palestinesi, 7 piccole vittime fra i 13 e i 14 anni a Khan Younis: il missile lanciato era destinato a distruggere la casa di un militante, in suo luogo sono morti Mohammed Ashour, Ammad, Bakir, Mahmoud Judeh, Abdullah, Hussein e Ryad Karawe. L’indomani due piccoli, uno di 4 anni e l’altro di pochi mesi, Muhammad e Nidal, muoiono con la loro mamma a Maghazi. Un’altra mamma, Amina, è uccisa insieme al figlio di un anno, Mohammed, ed un altro ragazzo, Hatim Salim, 18 anni.   Uccisi anche 9 militanti, mentre i lanci di razzi dalla Striscia, pur essendo più raffinati e potenti di quelli precedentemente in dotazione del movimento islamico, sono per la maggior parte intercettati da Israele e provocano solo danni materiali, nessuna vittima. Mentre il ‘governo di consenso nazionale’ balbetta ed Abu Mazen minaccia di rivolgersi alla Corte dell’Aja – ma si guarda dal farlo- Hamas, spinta dalla popolazione, prosegue la resistenza, rivendicando i lanci di razzi ed invitando le compagnie aeree a sospendere i voli su Ben Gurion, anch’esso obiettivo dei lanci, per ottenere la fine dell’assedio e dei crimini israeliani. Ma i gazawi sono soli più che mai.

12 luglio 2014

A 5 giorni dallo scatenamento dell’offensiva israeliana ‘Margine protettivo’, sono stati scagliati contro Gaza almeno 200 missili ed assassinati 135 palestinesi, l’80% dei quali civili. La furia sionista ha colpito, fra i numerosi obiettivi civili, un centro per disabili, e nuovamente la ‘Arca di Gaza’. La solitudine dei gazawi a fronte della ripresa del massacro è visibile anche dal rifiuto egiziano di sbloccare il valico di Rafah, aperto solo a singhiozzo, e dal ‘ministro degli esteri’ del governo di consenso nazionale, al Malki, che ha invitato Israele a colpire “solo Hamas” evitando le vittime civili. L’eccidio e la sudditanza ad Usa-Israele dell’entourage di Abu Mazen innescano altre manifestazioni a Gerusalemme ed in Cisgiordania. Sono represse con la consueta brutalità: altre decine di feriti vanno ad allungare la lista dei gazawi colpiti dai droni, già un migliaio.

16-17 luglio 2014

A Gaza, un missile sparato da una nave da guerra israeliana falcia 4 bambini, fra i 9 ed i 13 anni di età, intenti a giocare sulla spiaggia: sono Ahed, Mohammed, Ramez e Zakaria Bakr, fra i 23 palestinesi uccisi oggi, 8 dei quali componenti della stessa famiglia. L’indomani, Israele dà il via all’invasione da terra della Striscia, forte dell’appoggio americano e dell’ipocrisia dell’Onu ostentata in una rituale visita del segretario Ban Ki Moon. La strage, nell’ambito della sola operazione ‘Margine protettivo’ iniziata l’8 luglio, vede già 220 caduti e 2000 feriti. Hamas e le altre formazioni gazawe, incitate dalla popolazione, intensificano la resistenza e rifiutano le proposte del regime egiziano, appoggiato da quelli occidentali e da Abu Mazen, che pretendono il disarmo palestinese dietro la sola contropartita della sospensione del genocidio. Come sempre l’occidente batte la grancassa a favore dell’alleato sionista: la colpa è dei palestinesi aggrediti, non del loro aggressore.

20-21 luglio 2014

A Gaza, le forze israeliane si accaniscono con furia contro il quartiere al Shajayya, distruggendo case, infrastrutture civili, centri medici, ambulanze e moschee ed assassinando i residenti. La resistenza riesce a colpire diversi soldati invasori.

24-25 luglio 2014

Nell’ininterrotto assalto genocida, a Beit Hanun, le forze occupanti bombardano senza avvertimento alcuno un’altra scuola dell’Onu adibita a centro profughi, provocando la morte di una ventina di persone, fra le quali molti bambini. Nella “notte del destino” che precede la fine del Ramadan s’infiammano Gerusalemme est - dove in migliaia scendono in strada, essendo loro impedito l’accesso alla moschea al Aqsa, a pregare per i martiri di Gaza; e diverse località della Cisgiordania, fra le quali Qalandiya. Brutale, come sempre, il bilancio della repressione: 10 dimostranti uccisi e decine di altri sequestrati.

29-31 luglio 2014

In tre giorni di massacri le forze israeliane falciano centinaia di gazawi, fra i quali decine di bambini. Tra gli obiettivi civili sono colpite migliaia di case, numerose piccole fabbriche, il parco giochi di al Shati e un’altra scuola adibita a centro profughi a Jabaliya. Le bombe sioniste devastano Rafah- 100 ed oltre i nuovi martiri solo in questa località- Beit Hanoun, Khan Younis.

12 agosto 2014

Inframmezzati da brevi tregue, annunciate e subito fallite, continuano i raid israeliani omicidi: altri 20 gli uccisi a Gaza e 100 feriti a Beitlahiya, fra i quali 4 palestinesi falciati in un cimitero, mentre seppellivano i loro morti.

18 agosto 2014

In Cisgiordana, le forze di sicurezza dell’Anp procedono a un centinaio di arresti fra militanti e simpatizzanti di Hamas, accusati di tentato golpe in relazione alle proteste contro l’entourage di Abu Mazen. Ribellione e progetti di defenestrazione hanno interessato anche il partito del presidente, ivi compreso l’ex primo ministro Salam Fayyad, secondo notizie diffuse dal quotidiano del Kuwait Al Rai, che non ricevono smentite. In molti indicano come primo artefice della ribellione Mohammed Dahlan, in esilio a Dubai dopo la sua espulsione dal Fatah e l’incriminazione per corruzione.

26 agosto 2014

Scattata un’altra tregua, questa volta più durevole, si traccia un primo bilancio dell’aggressione israeliana contro Gaza. Sono 10.244 i feriti, fra i quali 3106 bambini, quasi 2.200 gli uccisi, ivi compresi quelli deceduti in seguito per le ferite riportate, a fronte di 72 militari ebraici colpiti dalla resistenza. Gaza è un cumulo di macerie: 17.000 le abitazioni gravemente danneggiate, fra le quali 8.000   completamente distrutte, così come 70 moschee, 230 scuole, centinaia fra piccole fabbriche, laboratori e negozi, gravemente danneggiati il 60% degli ospedali, colpita anche – il 29 luglio- la centrale elettrica con la conseguente paralisi degli stessi ed inoltre delle pompe idriche e degli impianti di depurazione delle acque: molte strade sono invase da acque reflue. I gazawi sfollati superano i 100.000, degli imprigionati non è ancora noto il numero.

31 agosto 2014

Governo e comandi militari israeliani confiscano 400ettari di terre palestinesi fra Betlemme ed Hebron, dichiarate “aree demaniali” allo scopo di ampliare la colonia ebraica di Gush Etzion con un nuovo, grosso insediamento. Una decisione presa – afferma Netanyahu parlando agli studenti rabbinici – come “la giusta risposta ad un omicidio”: una punizione collettiva, per sua stessa ammissione.

9 settembre 2014

Continuano a morire per mano sionista i giovani palestinesi, nella “normalità dell’occupazione” seguita all’assalto contro Gaza. A Ramallah, nel corso di un raid all’interno del campo profughi al Amari, l’esercito israeliano uccide un ragazzo. Ne seguono impari scontri che si saldano con quelli innescati a Gerusalemme dall’assassinio di un altro ragazzo, Abdel Majid, falciato da una granata davanti alla propria casa. E muore in ospedale, in seguito alle vessazioni subite in carcere, un esponente del Fplp, Raed Abdel al Jabari.

10 settembre 2014

Nel Mediterraneo affonda un barcone stracolmo di migranti, forse 450, siriani e palestinesi (metà dei quali ultimi di Khan Younis) : solo 8 palestinesi si salvano, almeno 100 i bambini sono inghiottiti dal mare. Così il genocidio dei gazawi continua in altre forme.

16 settembre 2014

Mentre l’assedio continua a stringere Gaza in una morsa implacabile, presso le Nazioni unite è siglato un accordo temporaneo fra l’Anp e Israele circa l’ingresso nella Striscia devastata di materiali di ricostruzione, che lo stato sionista pretende soggetti a rigidi controlli perché non vengano utilizzati da Hamas e dalle altre formazioni della resistenza. Intanto l’Olp divulga il suo rapporto annuale sulla estensione dell’egemonia sionista sulla Cisgiordania, con la confisca del 99% dell’area C ed una crescente sottrazione delle risorse palestinesi: la relativa perdita è calcolata in 3,5 miliardi $ annui.

23 settembre 2014

L’esercito israeliano procede all’esecuzione di due simpatizzanti di Hamas, Amer Abu Aisha e Marwan Qawasme, dopo averne demolito le case, in quanto sospettati di aver preso parte al sequestro dei 3 coloni israeliani.

24-28 settembre 2014

A Bruxelles, si svolge l’assise conclusiva del Tribunale Russel su Gaza e la devastazione compiuta da Israele nell’ultimo assalto. La giuria, formata da giuristi e intellettuali (John Dugard, Richard Falk, Christiane Hessel, Paul Laverty, Ken Loach, Ronnie Kasrils, Radhia Nasraoui, Vandana Shiva, Ahdaf Soueif), denuncia l’aggressione sistematica della popolazione e delle infrastrutture civili di Gaza - ivi compresi i rifornimenti idrici ed energetici - colpite con “2 tonnellate di bombe per ogni kmq”, “l’esecuzione sommaria di civili palestinesi da parte delle truppe”, “la inflizione intenzionale di condizioni tali da provocare la distruzione di parte della popolazione, come l’impedimento dell’accesso al cibo, all’acqua, alle cure mediche, all’istruzione”; e tutto questo “previsto e adottato come metodo di guerra dall’esercito israeliano” contro i palestinesi, già colpiti da un assedio mortale perdurante da 8 anni. Il Tribunale non manca di denunciare le colpe dell’Egitto e delle potenze occidentali, Usa e Ue, il primo responsabile di fiancheggiare Israele nell’assedio di Gaza e le seconde impegnate nel rifiuto di interventi adeguati per ostacolare tale attività criminosa, nelle pressioni ricattatorie sull’Anp e nel sostegno economico, scientifico e militare fornito all’alleato sionista. Insieme al rapporto conclusivo sono presentate importanti testimonianze, fra le quali quelle rese dall’ex sottufficiale dell’esercito israeliano Eren Efrati, del fotoreporter palestinese Mohammed Omer - che raccontano le esecuzioni a freddo di intere famiglie, in particolare nell’assalto al quartiere Shujayya, come “Dahiya”, ovvero punizione collettiva; dell’esperto in crimini contro i popoli Paul Behrens; del colonnello Desmond Travers sulle micidiali armi impiegate nell’assalto; e dal giornalista canadese David Sheen, che spiega il processo di fanatizzazione razziale degli ebrei israeliani e “l’incitamento al genocidio” perpetrato da esponenti rabbinici, sulla base dei testi sacri ebraici.

4 ottobre 2014

La Svezia annuncia la decisione di riconoscere lo Stato di Palestina, provocando l’ira del governo Netanyahu, che convoca l’ambasciatore per rampognarlo; e la reazione degli Usa che la bollano come “prematura”. Intanto, in Cisgiordania e soprattutto a Gerusalemme est, continua la protesta palestinese contro la colonizzazione ebraica e le provocazioni riguardo la Spianata delle Moschee, alla quale coloni ed amministrazione israeliana intendono garantire l’accesso libero ed incondizionato per gli ebrei; mentre si accingono ad imporre il divieto di accesso ad al Aqsa ai palestinesi maschi di età inferiore ai 50 anni. Ancora feriti, ancora arresti seguono agli scontri, che prospettano una nuova Intifada.

9 ottobre 2014

A Gaza, 13 esponenti del “governo di consenso nazionale” giunti dalla Cisgiordania, fra i quali il primo ministro Rami Hamdallah, visitano i luoghi devastati dall’aggressione israeliana e portano solidarietà alla popolazione, per poi riunirsi con i 5 componenti della Striscia. La prima riunione del governo palestinese unificato segue una serie di rinvii e tensioni, causate dalla differenza di vedute, dalla collaborazione non interrotta dell’Anp con l’occupante sionista e dal rifiuto della stessa di pagare gli stipendi alle migliaia di dipendenti pubblici della Striscia, quest’ultimo infine superato.

12-13 ottobre 2014

Al Cairo si svolge la conferenza dei paesi donatori per la ricostruzione di Gaza che promette stanziamenti per alcuni miliardi $ alla condizione, posta dagli stati occidentali, che tali fondi non vengano gestiti da Hamas. Usa e Ue hanno imposto altresì di non condannare l’aggressione israeliana né l’assedio e neppure discutere della intensificata colonizzazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. L’indomani, a Londra, la Camera dei Comuni – alla presenza di metà dei suoi membri- approva un odg, presentato da una parte del Labour, favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina: odg per altro non vincolante verso il governo britannico.   Ma dei fondi promessi, non arriverà quasi nulla.

21 ottobre 2014

Facendo seguito alla sua visita a Gaza, una settimana fa, il segretario dell’Onu Ban Ki Moon annuncia l’intento di istituire una commissione d’inchiesta sugli attacchi israeliani alle proprie strutture, gli edifici scolastici nei quali avevano trovato rifugio migliaia di sfollati, e l’uccisione di decine di civili al loro interno; nonché sul ritrovamento di armi in una di tali strutture. Israele ribadisce che, come sempre, non collaborerà ad alcuna inchiesta internazionale che lo riguardi (v. nota 13 novembre 2014).

31 ottobre 2014

Il governo Netanyahu approva un decreto penale che commina la reclusione fino a 20 anni per i palestinesi che lanciano sassi in direzione dei militari, per soffocare le manifestazioni di protesta che si susseguono a Gerusalemme ed in Cisgiordania, insieme alla consueta, brutale repressione. Nella sola giornata di oggi, nel ‘Giorno della rabbia’, 28 palestinesi sono feriti dai soldati dell’occupazione mediante proiettili e gas asfissianti. Viene ucciso il giovane Mutaz Hijazi (l’autopsia rivelerà 23 colpi d’arma da fuoco) perché ritenuto responsabile del ferimento di un ebreo, associato alla ‘Temple Mount Faithful’ ( ovvero ‘liberazione del monte del Tempio dalla occupazione islamica’) partecipante con altri alle invasioni della Spianata delle Moschee. Altri 8 giovani sono feriti in scontri scoppiati presso Ramallah, altri nei giorni successivi, ancora nella Spianata delle Moschee occupata da ebrei fanatici con la copertura della polizia, mentre Israele persevera nel limitarne l’accesso ai palestinesi.

7-8 novembre 2014

A Gaza, ignoti attentano a case ed auto di esponenti del Fatah, senza provocare vittime. Sono rinvenuti volantini siglati ‘Isis’ che ordinano a questi ultimi di non uscire dalle proprie case fino alla avvenuta commemorazione della morte di Yasser Arafat, prevista per l’11 novembre, pena la loro vita. Credibile o meno la rivendicazione, l’accaduto pregiudica la difficile riconciliazione palestinese, per le accuse rivolte dal Fatah ad Hamas in proposito, ancorché non fondate, e per la intensificata cooperazione fra l’Anp e Israele nel procedere a decine di arresti fra i militanti islamici in Cisgiordania. Intanto, nel nuovo ‘Giorno della rabbia’, gli scontri fra forze israeliane e giovani palestinesi provocano altri 30 feriti fra questi ultimi. L’indomani, vicino Nazareth, poliziotti israeliani uccidono il giovane Khair Hamdan sparandogli alla schiena mentre stava fuggendo, dopo aver colpito un loro furgone. Le forze israeliane stanno raddoppiando i posti di blocco e continuano gli arresti, almeno 24, per “lancio di pietre e turbativa dell’ordine pubblico”: le incriminazioni applicheranno la nuova normativa repressiva (v. nota 31 ottobre 2014).

13 novembre 2014

Israele vieta l’accesso a Gaza a 3 componenti della commissione   presieduta dal giudice canadese Schabas, nominata dall’Onu per accertare il bombardamento delle proprie strutture nel corso dell’assalto israeliano a Gaza. Vietato l’ingresso anche al medico norvegese Mads Gilbert, volontario presso l’ospedale al Shifa. Per contro, una delegazione di parlamentari sionisti, accompagnata da coloni fanatici, accede alla Spianata delle Moschee per proclamarne la “destinazione ebraica”. Il ministro Avigdor Lieberman dichiara: “Sia ben chiara una cosa: non accetteremo mai alcuna limitazione alla costruzione di abitazioni per gli ebrei a Gerusalemme né la definizione di questo nostro diritto come attività coloniale”.

16-19 novembre 2014

A Madrid, il Parlamento spagnolo approva una mozione che impegna il governo a riconoscere lo Stato di Palestina. Intanto, a Gerusalemme, il ritrovamento del corpo di un autista palestinese, Yusef Ramouni, impiccato all’interno di un bus (“suicidio” è la versione israeliana, alla quale non crede nessuno) innesca altri scontri e la consueta repressione. Ne segue, il 19, un attentato all’interno della sinagoga Har Nof, frequentata da nazionalisti ebrei, compiuta da 2 palestinesi che vi uccidono 4 di essi e ne feriscono altri 8, per essere subito dopo eliminati dalla polizia.

24 novembre 2014

Il governo Netanyahu approva l’annunciato progetto di legge che sancisce “Israele stato nazionale del popolo ebraico”.

Novembre 2014

Nel corso del mese, secondo dati diffusi dal centro Ahrar per i prigionieri, le forze israeliane hanno ucciso 9 palestinesi e compiuto 650 arresti, 42 dei quali ai danni di bambini. Il 29, nel corso della repressione a Kfar Kaddum, presso Nablus, hanno ferito seriamente anche un volontario italiano, Patrick Corsi dell’Ism, sparandogli al petto.

6 dicembre 2014

Israele torna a bombardare il territorio siriano. Come ha accertato un rapporto dell’Onu, lo stato sionista intrattiene da tempo rapporti di collaborazione, anche militare, con le milizie anti-Assad, diversi esponenti delle quali hanno dichiarato la disponibilità a cedergli, una volta preso il potere, l’intero Golan.

8 dicembre 2014

All’Aja, la Corte penale internazionale riconosce alla Palestina la qualità di “membro osservatore”.

10 dicembre 2014

A Turmus Aya, presso Ramallah, reprimendo i palestinesi intenti a ripiantare alberi sulle proprie terre, soldati israeliani uccidono il ministro palestinese Ziad Abu Ein (“morto per infarto” secondo la versione israeliana, smentita da un video) Le sue esequie saranno seguite da migliaia di persone.

11 dicembre 2014

A Dublino, il Parlamento irlandese approva la mozione – peraltro non vincolante per il governo- che riconosce lo “Stato di Palestina entro i confini del 1967 con Gerusalemme capitale”. Un’altra iniziativa viene da Amnesty International con l’accusa rivolta ad Israele di crimini di guerra e “punizione collettiva ai danni della popolazione palestinese” con riferimento all’assalto di Gaza della scorsa estate.

16 dicembre 2014

A Roma, il primo ministro israeliano Netanyahu incontra gli alleati John Kerry e Matteo Renzi per averne lo scontato appoggio alle proprie pretese, più volte ribadite, di non accettare “i tentativi internazionali di dettare mosse unilaterali”, quali il riconoscimento dello stato palestinese ed il ritiro israeliano dai Territori occupati. “Così come abbiamo respinto con successo gli attacchi – dichiara Netanyahu- così faremo con l’assalto diplomatico che, attraverso una decisione dell’Onu, vorrebbe farci ritirare in due anni alle frontiere del 1967”

17 dicembre 2014

Approda al Consiglio di sicurezza dell’Onu la mozione, presentata dalla Giordania, che prevede la conclusione di un accordo israelo- palestinese entro un anno ed il ritiro israeliano dai Territori occupati dal 1967 in poi entro il 2017. Dopo aver rinviato più volte questo passo, Abu Mazen non ha voluto attendere le due settimane mancanti all’ingresso di nuovi paesi nel Consiglio come membri a rotazione (Angola, Venezuela, Malaysia e Spagna), che avrebbe assicurato il voto della mozione a maggioranza. Gli Usa, comunque, hanno preventivamente annunciato il veto. Sempre oggi la Corte generale della Ue, su ricorso di Hamas, le concede la cancellazione dalla lista delle “organizzazioni terroristiche”, peraltro “sulla base di criteri prettamente procedurali” e chiarendo che ciò “non implica una valutazione nel merito circa la classificazione di Hamas come gruppo terroristico”. Data la furiosa reazione israeliana, la Ue si affretterà a precisare che “considera tuttora Hamas alla stregua di un’organizzazione terroristica” e che valuterà di ricorrere in appello. Intanto, continuano a morire i palestinesi. Nel corso di un raid repressivo a Qalandiya, soldati israeliani uccidono un giovane, Mahmoud Udwan, abbattuto sul tetto della propria casa.

18 dicembre 2014

A Strasburgo il Parlamento europeo, dopo una serie di trattative e ondeggiamenti, approva una mozione che sancisce “in linea di principio il riconoscimento e la soluzione dei due stati basata sui confini del 1967, con Gerusalemme capitale di entrambi, con uno stato di Israele sicuro e uno stato di Palestina indipendente, democratico, territorialmente contiguo e capace di esistenza autonoma” ; e però “ritiene che ciò debba andare di pari passo con lo sviluppo dei colloqui di pace”, benché Israele abbia appena ribadito il proprio rifiuto a rispettare regole e risoluzioni internazionali in proposito (v.16 dicembre 2014).

18 dicembre 2014

A Gaza, alcune migliaia di palestinesi – ed altre centinaia a Ramallah- manifestano contro la direzione dell’Anp , accusata di intesa col nemico, ed in favore di Mohammed Dahlan. Costui, apparentemente superato il contrasto con Hamas, da tempo si è ingraziato i gazawi con iniziative di sostegno, generosamente finanziate grazie a potenti appoggi, ed ha ingaggiato una lotta senza quartiere contro Abu Mazen. Quest’ultimo, dopo avere ottenuto l’espulsione di Dahlan dal Fatah e la sua condanna per corruzione, costringendolo a rifugiarsi a Dubai, recentemente ha licenziato decine di agenti e funzionari delle forze di sicurezza ritenuti amici del rivale.

19 dicembre 2014

Israele torna a cannoneggiare Gaza, a scopo intimidatorio, facendo temere un altro massiccio attacco militare contro la popolazione.

29 dicembre 2014

A Gaza, un migliaio di manifestanti accolgono con una manifestazione di protesta i ministri del ‘governo unitario’ riapparsi dopo mesi di abbandono e che per di più , nonostante gli impegni presi, hanno continuato a lasciare senza stipendio gli impiegati pubblici della Striscia (mentre pagano i dipendenti già del Fatah, che non lavorano affatto). E’ gravissima la situazione umanitaria nella Striscia, per l’assedio israelo-egiziano, il blocco all’ingresso di   materiali necessari alla ricostruzione, la mancanza di corrente elettrica (fornita per sole 4-5 ore al giorno dopo la distruzione della centrale di Gaza) ed il freddo invernale: già muoiono persone, soprattutto bambini, per il freddo ed ammalati che non possono essere curati. I gazawi senza tetto sono tuttora 150.000, 10.000 circa ospitati nei rifugi dell’Unrwa. Mentre gli impegni dei “paesi donatori” sono rimasti sulla carta, l’avvicinamento del Qatar all’Egitto ed alle petromonarchie, ufficializzato nei giorni scorsi, ha aggravato l’isolamento di Hamas e quindi di Gaza. Ha chiuso anche l’emittente “al Jazeera Mubasher Misr” (Egitto in diretta) rimasta quasi sola nel difendere la Fratellanza mussulmana ed Hamas: ora la censura praticata dal regime militare è totale.

30 dicembre 2014

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu respinge con un voto di scarto la mozione giordano-palestinese presentata il 17 dicembre (vedi nota). Per non urtare gli Usa, preannuncianti il veto, Abu Mazen non ha atteso il rinnovo del consiglio, che dai primi di gennaio gli avrebbe assicurato la maggioranza; ed ha continuamente emendato il testo svuotandolo di principi -irrinunciabili per i palestinesi- come il diritto al ritorno dei profughi, creando un confuso pateracchio. Contestato, per recuperare consensi, il presidente dell’Anp (il cui mandato è scaduto da anni) firma in diretta televisiva la adesione della Palestina ad una ventina di convenzioni internazionali, e fra esse la più volte annunciata adesione alla Corte penale internazionale (Cpi), suscitando nell’immediato la furiosa reazione del governo Netanyahu, che congela il versamento dei dazi ed imposte riscosse per conto dell’Anp, oltre 120 milioni di dollari; ed un pesante avvertimento di Washington che, nei giorni a seguire, mette in discorso anche i versamenti annuali con i quali si assicura la sottomissione dell’Anp.

31 dicembre 2014

Secondo stime dell’Onu, nell’anno in corso sono stati uccisi a Gaza 2150 palestinesi (per fonti palestinesi sono oltre 2200 causa la morte successiva di diversi feriti), un quarto dei quali bambini; ed altri 54 in Cisgiordania.

2 gennaio 2015

A Turmus Aya (Cisgiordania), la stessa località dove ha trovato la morte il ministro Ziad Abu Ein (v. nota 10 dicembre), i palestinesi proseguono la ripiantumazione di alberi sulle loro terre, come sempre ostacolati dai coloni che non esitano a prendere a sassate anche alcuni diplomatici americani di stanza a Gerusalemme, intervenuti a verificare di persona gli avvenimenti.

11 gennaio 2015

A Parigi, Benjamin Netanyahu sfila impunemente alla “marcia per la libertà contro il terrorismo” seguita all’attentato contro il Charlie Hebdo, insieme ad altri discutibili leader mondiali, si fa fotografare a braccetto con Abu Mazen ed arringa gli ebrei residenti in Francia ed in Europa invitandoli a trasferirsi in Israele, “la vera casa di tutti noi” che li accoglierà perché “c’è posto per tutti gli ebrei”.

16 gennaio 2015

All’Aja, la Procura della Corte penale internazionale annuncia l’apertura di un fascicolo sui crimini di guerra e le violazioni del diritto internazionale commessi nei Territori palestinesi occupati a partire dal giugno 2013, preliminare di un’inchiesta qualora una delle parti coinvolte ne farà richiesta. Il procuratore Fatou Bensouda ha tenuto a precisare che saranno presi in considerazione anche eventuali crimini commessi dai palestinesi contro civili israeliani.

18 gennaio 2015

Presso Quneitra (Siria), un raid aereo israeliano (non esplicitamente rivendicato secondo la prassi dello stato ebraico) colpisce una postazione militare mietendo 12 vittime fra le quali un generale iraniano, Ali Allahadadi, il comandante regionale di Hezbollah, Mohammed Issa, e Jihad Mughniyeh, figlio del capo di Hezbollah Imad, già assassinato dai servizi sionisti. La formazione sciita si vede costretta alla rappresaglia, attuata il 29 gennaio presso le Fattorie di Sheba contro un veicolo militare, che uccide 2 militari israeliani e ne ferisce altri 7.

Gennaio 2015

Per tutto il mese continuano le provocazioni dei coloni in Cisgiordania ed alla Spianata delle moschee di Gerusalemme, protetti dalla polizia sionista che procede invece ad arrestare i giovani palestinesi che vi si oppongono. Per vendetta, il 21, un giovane di Tulkarem raggiunge Tel Aviv dove affronta 11 passeggeri ebrei di un bus a coltellate, prima di essere abbattuto da un militare. Ed a Rahad, nel Neghev, poliziotti israeliani uccidono un ragazzo beduino, Sami Jaher, davanti alla sua abitazione; poi un secondo, asfissiato dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo nella repressione della protesta che ne è seguita. Uno sciopero generale, altre proteste e scontri seguono nei giorni appresso, sempre affrontati dalle forze israeliane con la repressione, funzionale in questo caso alla deportazione degli abitanti del Neghev in applicazione del ‘piano Prawer’(v. note 27 gennaio, 15 luglio 2013).

2 febbraio 2015

A Giza (Egitto), al termine di un processo farsa, il tribunale penale pronuncia la condanna a morte per 183 sostenitori dei Fratelli mussulmani, dopo averne condannati altri 188 nello scorso dicembre, tutte in relazione all’assalto ad una stazione di polizia seguito al golpe militare ed alla successiva ondata di esecuzioni ed arresti. La magistratura, su pressioni del regime, rende definitiva la condanna di Hamas, braccio palestinese della Fratellanza, come “organizzazione terroristica” La dittatura del Cairo, nel silenzio internazionale (con l’eccezione della Turchia), continua pertanto la repressione di intellettuali, attivisti e giornalisti non asserviti, accusati di “eversione”, “intelligenza col nemico” o “diffusione di notizie tendenziose”. Solo nei prossimi giorni, in occasione dell’anniversario della rivolta del 2011, sono operati 516 arresti.

9 febbraio 2015

La stampa israeliana informa che, nella zona C della Cisgiordania, le forze armate israeliane hanno confiscato altre centinaia di ettari di terra palestinese per espandere le colonie ebraiche, attività accompagnata dalle demolizioni di case e fattorie palestinesi definite “illegali”. La colonizzazione procede dunque a ritmi accelerati: nell’anno in corso il governo Netanyahu conta di costruire solo in Cisgiordania circa 50.000 nuove unità abitative per i coloni , già cresciuti nell’ultimo triennio ad un ritmo superiore al 5% annuo.

18-20 febbraio 2015

In Cisgiordania, intellettuali ed attivisti della campagna Bds tengono un convegno per denunciare il contratto capestro imposto da Israele all’Anp per la fornitura ai Territori di gas “israeliano”, prodotto nei giacimenti sottomarini accaparrati da Israele, ( il “Leviatano”), contratto già bocciato da Hamas che lo ritiene predatorio. La pressione sull’Anp è peraltro vana per la sottomissione dell’entourage di Abu Mazen. Periodicamente, ed anche nei giorni scorsi, l’Anp mostra di aderire alle campagne di boicottaggio delle attività economiche sioniste nei Territori ma si tratta di dichiarazioni propagandistiche non seguite da fatti, e di breve durata.

27 febbraio 2015

A Roma, l’ambasciata israeliana si congratula con il governo ed il parlamento italiani, per avere quest’ultimo votato due mozioni talmente contraddittorie e ambigue circa il riconoscimento della Palestina da negarlo nei fatti, disattendendo l’impegno in tal senso assunto nel novembre 2012. “Accogliamo positivamente la scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto…” .

7 marzo 2015

A Ramallah, il comitato centrale dell’Olp decide di sospendere la collaborazione con le forze di sicurezza israeliane. Abu Mazen non ne tiene conto altrimenti che come arma di pressione su Usa-Israele allo scopo di ottenere qualche concessione che faciliti la ripresa dei fallimentari negoziati.

17 marzo 2015

Le elezioni politiche israeliane assegnano la vittoria alla coalizione guidata da Benjamin Netanyahu che si è presentato come l’alfiere della colonizzazione ebraica e della “sicurezza di Israele”. Le recenti frizioni del premier israeliano con la Casa Bianca - enfatizzate dai media a seguito di un infocato intervento di Netanyahu al Congresso americano il 3 marzo - non vertono su questi punti, nei fatti condivisi da Washington, ma sulla ricerca di un’intesa con l’Iran circa il programma nucleare della repubblica islamica. Le elezioni sono state precedute da raid contro i pescherecci di Gaza e da violente incursioni dei militari nei villaggi palestinesi: in una di queste, nel campo profughi di Dheisheh di Betlemme, i soldati uccidono il giovane Jihad al Jaafari. Il 18, in un raid a Jalazon vicino Ramallah, nel reprimere una protesta contro la costruzione di un muro protettivo della vicina colonia ebraica Bet El, feriscono 10 palestinesi fra i quali il 17enne Ali Safi, che morirà dopo giorni di agonia. Il 22 è la volta di una giovane donna, colpita dai soldati ad un posto di blocco, lasciata agonizzante a terra per mezzora, quindi spirata. Casi di una lista infinita.

23 marzo 2015

Israele ed Usa disertano la riunione del Consiglio Onu per i diritti umani dedicata, come ogni anno, alla violazione dei diritti nei Territori palestinesi. Un rapporto presentato dai palestinesi segnala che, solo nella settimana precedente le elezioni, le forze israeliane hanno sparato a 18 palestinesi, metà dei quali bambini; e che, dall’inizio dell’anno, sono 250 i feriti, fra i quali 30 bambini. Segnala altresì la pratica dell’arresto di minorenni, accompagnata da metodi intimidatori per indurli a “collaborare”: oltre 20 nel solo mese di marzo. Nel mese scorso, Israele ha costretto alle dimissioni da relatore Onu sulla guerra di Gaza della scorsa estate l’avvocato William Schabas, accusato di parzialità per aver fornito una consulenza all’Olp nel 2012. Schabas è sostituito dal giudice statunitense Mary McGowan Davis.

6-10 aprile 2015

Ancora vittime palestinesi. Muore per le ferite riportate un 20enne, Muhammad Ali Net, colpito dai militari sionisti vicino Ramallah e, in un altro villaggio nei pressi, Muhammad Yasser Krakrh, nel corso di uno scontro innescato dai coloni. Muore un terzo giovane , Jaafar Awad, rilasciato da un carcere israeliano che non gli ha praticato cure; durante le sue esequie i militari sionisti uccidono il cugino, Ziiad Awad, sparandogli al petto e feriscono altri 13 palestinesi. In queste settimane, in diverse incursioni nei villaggi della Cisgiordania, le forze israeliane procedono all’arresto di decine di persone, per lo più simpatizzanti di Hamas, per “prevenire attentati”, secondo la motivazione ufficiale: a metà mese gli arresti sono già una cinquantina.

17 aprile 2015

Nella Giornata dedicata ai prigionieri, le autorità palestinesi diffondono il rapporto annuale. I prigionieri attualmente detenuti nelle carceri israeliane sono all’incirca 6.500 fra i quali 200 bambini, 24 donne, 15 parlamentari;85 i prigionieri a suo tempo scambiati col caporale Shalit, poi nuovamente arrestati. Oltre 1000 sono in condizioni di salute precarie per le mancate cure ed i maltrattamenti praticati. Un rapporto di al Mithaq si occupa delle vessazioni e sevizie inflitte ai bambini arrestati, senza alcuna considerazione per la loro età, per indurli a firmare confessioni in lingua ebraica che essi non sono in grado di capire; al momento del rilascio, denuncia ancora il rapporto, le autorità israeliane impongono cauzioni e multe alle loro famiglie, senza il pagamento delle quali è loro impedita perfino la frequenza scolastica. I minori palestinesi sono sfruttati anche negli insediamenti israeliani, in specie nella Valle del Giordano, indotti dalla fame a lavorare per meno di 20 $ al giorno in condizioni definite “pericolose ed insalubri” dall’ong Hrw.

28 aprile 2015

A Nablus, i militari sparano ed uccidono Mohammad Yahiya, mentre passeggiava con alcuni familiari nei pressi del Muro. Tre giorni orsono, hanno mietuto un’altra vittima 17enne, presso un posto di blocco a Gerusalemme che, secondo i soldati, il ragazzino avrebbe cercato di oltrepassare; poi ne hanno assaltato l’abitazione e maltrattato i parenti. Solo in questo mese, secondo fonti palestinesi, sono 6 gli uccisi dalle forze di occupazione e 375 gli arresti. Intanto, si conclude l’inchiesta dell’Onu sull’attacco israeliano a 7 strutture dell’Unrwa, durante l’assalto a Gaza dell’estate 2014, con la “deplorazione” dell’uccisione di 44 palestinesi che vi avevano trovato rifugio.

Aprile 2015

Si aggrava il conflitto nella baraccopoli palestinese di Yarmouk, presso Damasco, tra la fazione filo- governativa (Fplp ed altri gruppi), la formazione Al Maqdis, contigua ad Hamas, il fronte qaedista Al Nusra e l’Isis. Dopo essere stati scacciati dal villaggio dalla resistenza di Al Maqdis, i seguaci del Califfo vi rientrano in forze per compiervi esecuzioni dei rivali e sottomettere la popolazione. Il governo siriano aggrava la situazione bombardando a sua volta il villaggio. Le diverse fonti forniscono dati sulle vittime e notizie contrastanti convergendo sulla conclusione di un disastro umanitario: per chi non riesce a fuggire – sono tuttora alcune migliaia di persone, pare 6000- si aggrava la penuria di cibo e d’acqua, iniziano a diffondersi febbri tifoidi che colpiscono soprattutto i bambini. Intanto, nel corso del mese, l’aviazione israeliane ha colpito almeno 3 volte il territorio siriano controllato dai governativi e da Hezbollah: attacchi che si ripetono periodicamente da circa 2 anni.

3 maggio 2015

A Tel Aviv, la polizia israeliana carica pesantemente una manifestazione di ebrei africani (falasha) che protestavano contro la ghettizzazione ed il razzismo di cui sono fatti oggetto, negato a parole come ben presente nei fatti.

7 maggio 2015

La Corte di giustizia israeliana conferma gli ordini di sgombero a danno degli abitanti di Um el Hiran, nel Neghev, emanati nell’ambito del ‘Piano Prawer’ che prevede la deportazione di decine migliaia di beduini. Lo sgombero pende pure sugli abitanti di al Araqib, ai margini della stessa zona, per di più sanzionati con 2 milioni di shekel per avere più volte ricostruito le loro abitazioni dopo le demolizioni intimate od eseguite dalle autorità; di Khirbet Susiya, presso Hebron, causa un’altra convalida della magistratura israeliana. Altre demolizioni incombono a Semiramis, vicino Ramallah, ed altre località palestinesi, nel mentre procede la parallela, intensa colonizzazione decisa dai governi israeliani: mentre si attuano i precedenti, altri progetti si affiancano e fra essi una nuova colonia fra Etzion ed Hebron, con la costruzione a breve di oltre 900 unità abitative per gli ebrei.

13 maggio 2015

A Roma, è steso il testo dell’intesa Vaticano- stato di Palestina, preannunciata da Benedetto XVI 5 anni orsono, che richiama la soluzione dei due Stati, ribadisce il rispetto delle disapplicate risoluzioni dell’Onu in materia e disciplina l’attività della Chiesa nei Territori palestinesi occupati. Segue, il 16 maggio, un breve incontro fra papa Francesco e Abu Mazen, in occasione della canonizzazione di due suore palestinesi vissute nell’Ottocento, Alphonsine Ghattas e Marian Haddad.

15 maggio 2015

Nell’anniversario della Nakbah, militari israeliani bloccano le strade ed intervengono per proteggere le provocazioni dei coloni ebrei, provocando scontri con la popolazione palestinese: 10 i giovani feriti presso Nablus, altre manifestazioni sono disperse a Gerusalemme e dintorni. Intanto nasce il nuovo governo presieduto da Benjamin Netanyahu, fondato sull’asse Likud-Partiti religiosi-Casa ebraica, quest’ultima guidata da Naftali Bennet ed espressione anch’essa dei coloni. Fra i primi provvedimenti annunciati spiccano il taglio di fondi e/o la censura per le “produzioni culturali che delegittimano Israele”, ad opera del ministro alla Cultura, il progetto di autobus separati per i palestinesi che lavorano in Israele ad opera del ministro della Difesa (poi temporaneamente rinviato), l’innalzamento delle pene a 10 anni di carcere per chi lancia sassi in direzione di israeliani ed a 3 anni per chi issa la bandiera palestinese (“terrorismo”): progetto che rilancia con qualche modifica uno più risalente della centrista Tzipi Livni e segna l’ingresso nel ministero della giustizia di Ayelet Shaked, anch’essa donna.

17 maggio 2015

A Gerusalemme est, migliaia di israeliani protetti dalla polizia sfilano per celebrare la ‘riunificazione della capitale’ provocare e minacciare i palestinesi, con la benedizione del governo presente con diversi esponenti al Muro del pianto ed alla Spianata delle moschee, per dimostrare l’intento di cacciarne i mussulmani. “Gerusalemme è la nostra capitale, nostra e di nessun altro, non sarà mai divisa” dichiara Benjamin Netanyahu.

26 maggio 2015

Nonostante l’infittirsi delle provocazioni israeliane, a Gaza, Hamas ordina il fermo di alcuni militanti di Jihad (con l’assenso dei dirigenti di quest’ultima), ritenuti responsabili di un lancio di razzi partiti oggi verso territori israeliani, che non hanno mietuto vittime. Le autorità di Gaza tentano, si presume, di scongiurare un altro devastante attacco contro la Striscia, da più parti invocato in Israele “per chiudere i conti con Hamas”. La Striscia è sempre distrutta e coperta di macerie causa l’aggressione sionista dello scorso anno, il blocco totale rafforzato dalla dittatura militare egiziana, alleata di ferro dello stato ebraico e la mancata attuazione delle bugiarde promesse di aiuto dei cosiddetti ‘donatori’. Da ultimo un rapporto della Banca mondiale diffuso nei giorni scorsi conferma quanto è sotto gli occhi di tutti: 40% di gazawi sono sotto la soglia di povertà, 80% bisognosi di assistenza, la disoccupazione ufficiale è al 43%, il Pil è crollato della metà a causa dell’assedio.

29 maggio 2015

Il collaborazionismo della coppia Fatah- Anp travolge oggi perfino la richiesta di espulsione della squadra israeliana dalla Fifa, a dispetto di roboanti annunci ripetuti per mesi dopo il criminale attacco a Gaza dello scorso anno.

8 giugno 2015

E’ presentato alla Knesset un progetto di legge volto ad impedire l’ingresso in Israele a tutti gli stranieri indicati dai servizi come coinvolti in Bds, la campagna di boicottaggio e sanzioni per i crimini israeliani contro i palestinesi. Il nuovo governo Netanyahu rifinanzia il contrasto a Bds, il cui consenso è cresciuto nell’ultimo anno (fra artisti, intellettuali, nel mondo accademico ed in parte nell’imprenditoria) con altri 26 milioni $. Allo stesso scopo intervengono con forti elargizioni alcuni magnati ebreo-americani. Altro progetto in via di approvazione riguarda l’alimentazione forzata dei prigionieri politici in sciopero della fame contro la detenzione ammnistrativa, considerato “minaccia per Israele”.

11 giugno 2015

L’inchiesta interna all’esercito israeliano sulla strage di bambini palestinesi compiuta sulla spiaggia di Gaza il 16 luglio 2014 si è conclusa, come prevedibile, con la piena autoassoluzione per lo “scusabile errore di identificazione” dato che sulla spiaggia erano stati avvistati “alcuni figuri di Hamas”. Ciò prelude ad una più generale autoassoluzione, il 14 giugno, dai crimini commessi contro i civili palestinesi nell’ambito dell’attacco definito ‘Margine protettivo’ della scorsa estate, con la motivazione che “ciò che può essere sembrato a soggetti esterni come danni indiscriminati a civili od oggetti ad uso civile è in verità avvenuto contro obiettivi militari che appaiono civili”. Sono difatti attese nei prossimi giorni le conclusioni dell’inchiesta delle Nazioni unite su ‘Margine protettivo’, cui Israele si è preparato anche esercitando pressioni sui governi occidentali ed ‘amici’ e negando l’ingresso nei Territori al nuovo inviato dell’Onu Makarim Wibosono perché Israele “coopera con le commissioni ed i relatori internazionali eccetto quando il loro mandato è anti- israeliano”.

14 giugno 2015

L’annuncio di un’intesa raggiunta a Vienna fra i negoziatori iraniani ed il gruppo ‘5+1’, che potrebbe portare all’annullamento delle sanzioni contro la Repubblica islamica in relazione al suo programma nucleare, scatena reazioni caldissime in Israele, che ha investito migliaia di milioni $ nella programmazione di un attacco militare: governo e c.d. opposizioni, eccetto la lista araba, fanno a gara nel condannare l’intesa con parole di fuoco. “Israele non è impegnato in alcun modo”, proclama il premier Netanyahu. Ostile all’intesa, per altro lontana dall’essere esecutiva (lo diventerebbe con l’effettivo annullamento delle sanzioni), è anche l’Arabia saudita che ha reso pubbliche nei giorni scorsi le relazioni (esistenti peraltro in via di fatto da diversi anni) con lo stato ebraico. Tale pubblicizzazione, oltre a rinsaldare l’asse anti-sciita, è funzionale anche a favorire l’intento di entrambi gli stati di sostituire la cosiddetta mediazione egiziana, oramai insostenibile, nei rapporti israelo-palestinesi ed inter palestinesi, con quella saudita.

16 giugno 2015

A Ramallah, Abu Mazen disconosce il governo unitario con esponenti di Hamas, che non ha mai funzionato soprattutto causa il collaborazionismo dell’Anp e l’assenza degli esponenti di Fatah da Gaza, attribuendone la responsabilità ai rivali islamisti. Intanto si allunga la lista dei giovani palestinesi uccisi dalle forze israeliane: l’ultimo è il 22enne Abdullah Ghuneimat, investito da una jeep militare presso Ramallah e lasciato morire dissanguato : era stato rilasciato da un carcere israeliano solo 2 mesi fa.

23 giugno 2015

E’ reso noto il rapporto dell’Onu sull’attacco israeliano contro Gaza dell’estate 2014. La relatrice, Mary McGovan Davis, elenca gli attacchi compiuti, circa “6000 raid aerei e 50.000 colpi da terra”, il numero dei morti civili e fra questi i bambini, per censurare lo stato ebraico per “uso sproporzionato della forza” e la sua “persistenza quando era chiaro che le vittime erano soprattutto civili”; ed elenca minuziosamente le risposte palestinesi “i gruppi armati hanno lanciato 4881 razzi e 1753 colpi di mortaio” al fine di “diffondere il terrore tra i civili israeliani”, benché le vittime civili siano soltanto 6 fra gli ebrei. Cancellato così il diritto dei popoli ad opporre resistenza all’invasore armato, la relatrice conclude con la raccomandazione di investire la Corte penale internazionale per accertare “eventuali crimini di guerra”. Nei giorni precedenti tale pubblicazione, politici e militari occidentali hanno perorato la “innocenza di Israele” e il suo “diritto a difendersi” influendo chiaramente sul risultato: fra essi gli italiani Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore e Giulio Terzi, ex ministro agli esteri.

29 giugno 2015

All’alba, in acque internazionali, un commando israeliano assalta il peschereccio scandinavo ‘Marianne’ - che con altre 3 piccole imbarcazioni si dirigeva verso Gaza per portarvi solidarietà ed aiuti nell’ambito delle iniziative di ‘Freedom Flottilla’- per dirottarla sul porto di Ashdod e sequestrare 18 fra i componenti l’equipaggio. L’arrembaggio era stato annunciato da Israele, aiutato dalla condanna dell’iniziativa umanitaria da parte del segretario dell’Onu Ban Ki Moon, che ha prontamente aderito all’invito dell’ambasciatore sionista Ron Prosor.

3 luglio 2015

A Qalandiya, all’alba, soldati israeliani uccidono presso un check point il 17enne Mohammed al Kasbah, fratello di Yaser e Samer ammazzati a loro volta dai militari nel maggio 2002.

5 luglio 2015

Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu approva con 41 voti favorevoli, 5 astenuti ed 1 contrario (Usa) il rapporto di Mary McGovan Davis (vedi nota 23 giugno 2015). Nei giorni scorsi, il britannico “Jewish Chronicle of London” ha riferito che l’estabilishment israeliano, pur mantenendo ufficialmente una posizione di duro contrasto al rapporto, sarebbe per lo più compiaciuto dalla sostanziale parificazione tra le forze attaccanti e gli attaccati, il che sarebbe rivelato da conversazioni telefoniche intercorse fra Netanyahu ed altri membri del governo ed i governanti occidentali amici. Ne seguirà la rituale smentita delle autorità israeliane al giornale ebraico

26 luglio 2015

A Gerusalemme, dopo giorni di impari scontri, un ingente schieramento delle forze israeliane in assetto anti-sommossa interviene brutalmente contro i giovani palestinesi asserragliati nelle moschee Al Aqsa e Cupola della Roccia per impedire l’ennesima “passeggiata” ebraica organizzata dalla sigla “Ritorno sul monte”: almeno 30 i giovani feriti nell’irruzione sionista nella moschea, vissuta naturalmente dai mussulmani come una profanazione. A caccia di “terroristi” le forze israeliane compiono inoltre rastrellamenti nei centri palestinesi culminati, a Qalandiya, nella morte di un 18enne, Mohammed Latifa che tentava di sfuggire agli aggressori. Le forze di polizia aggrediscono anche i funerali del giovane per punire i partecipanti colpevoli di resistere loro ed innalzare le bandiere palestinesi: 14 i feriti.

31 luglio 2015

A Kufr Douma, presso Nablus, in una delle tante spedizioni punitive, coloni ebrei appiccano fuoco ad un’abitazione palestinese provocando la morte immediata di un bambino di 18 mesi, Ali Dawabsha, e quella successiva dei genitori, morti dopo una straziante agonia: lotta per vivere un altro bambino, unico superstite della famiglia sterminata. Il governo Netanyahu promette la punizione dei colpevoli, puntualmente disattesa: i sospetti saranno presto rilasciati. Nei giorni scorsi Israele è tornato a bombardare il territorio siriano per colpire Hezbollah, riuscendo ad ammazzarne 5 membri.

1-5 agosto 2015

Poche ore dopo l’assassinio del piccolo Alì, bruciato vivo dai coloni, militari israeliani uccidono altri due palestinesi, entrambi 17enni: Laith, centrato al petto da una pallottola ad un check point presso Ramallah, e Mohammad, presso la recinzione di Gaza. S’infiammano le proteste palestinesi, in tutta la Cisgiordania ed a Gerusalemme, tutte brutalmente colpite dalla polizia israeliana che usa gas asfissianti, pallottole ricoperte di gomma e proiettili d’acciaio: innumerevoli i feriti, altri sono sequestrati o denunciati per “terrorismo”. I coloni, sicuri dell’impunità, affiancano la polizia nelle provocazioni. Il 5 agosto cercano di issare la stella di David sulla moschea Cupola della Roccia, fermati dalle guardie palestinesi che vengono pertanto arrestate dalla polizia israeliana, intenta altresì ad aggredire la preghiera mussulmana e picchiare i giovani. Il governo da parte sua annuncia l’ampliamento dell’insediamento ebraico nella parte araba di Gerusalemme con nuovi 400 appartamenti, centri commerciali ed hotel. Violenza anti-palestinese e colonizzazione procedono di pari passo, l’una funzionale all’altra.

15-20 agosto 2015

Soldati israeliani uccidono presso Nablus due palestinesi, uno dei quali aveva accoltellato una guardia di frontiera. I media amici di Israele, che si guardano bene dal raccontare le uccisioni, gli arresti e le violenze antipalestinesi, s’inventano una inesistente ‘intifada dei coltelli’ per rovesciare le parti e compiacere il governo amico. Nei fatti continua la brutale repressione delle manifestazioni, infiammate, oltre che dalla morte di giovani palestinesi e dai rastrellamenti, dalla notizia del coma dell’avvocato Mohammed Allan che, in detenzione amministrativa dal novembre scorso, persiste da 2 mesi nello sciopero della fame. In seguito a un ordine della Corte suprema del 20 agosto, è disposto il trasferimento in ospedale dell’avvocato, colpevole di difendere i palestinesi.

31 agosto 2015

A Jenin, le forze israeliane intervengono con carri armati, elicotteri e ruspe per un sanguinoso rastrellamento e la distruzione di case appartenenti a famiglie ‘colpevoli’ di simpatizzare con Hamas; incontrando, come non accadeva da tempo, una fortissima resistenza: diversi i feriti palestinesi nell’impari scontro, e un soldato dell’occupazione. Nelle ultime 2 settimane le autorità amministrative israeliane hanno compiuto una nuova ondata di demolizioni di case palestinesi nell’area C della Cisgiordania (il 60% sotto totale controllo israeliano) che hanno lasciato senza tetto altre 132 persone, fra le quali 80 bambini.

2 settembre 2015

La Knesset approva in prima lettura il ‘Terror Art’, il progetto Livni-Shaked, senza attutire nessuna delle disposizioni più vessatorie. La definizione del “terrorismo” riguarda qualunque atto o manifestazione di opinione contrari al regime sionista, qualunque protesta contro le vessazioni da esso praticate (come confische, demolizioni di case, arresti e pestaggi di persone inermi ecc.), l’esibizione della bandiera palestinese. Per contro sono ribadite la detenzione amministrativa, il carcere fino a 6 mesi comminato senza alcuna prova, la facoltà per le forze di polizia di aprire il fuoco in caso di lanci di pietre, e le multe ai genitori dei ragazzi coinvolti nelle proteste. Intanto, il dittatore egiziano Abdel Fattah al Sissi annuncia la distruzione dei tunnel ancora esistenti o ricostruiti dai gazawi, una ventina, per allentare l’assedio della Striscia; che, ora, è più blindata che mai.

7 settembre 2015

Sordo agli inviti internazionali sull’accoglimento dei profughi siriani, il governo Netanyahu annuncia la costruzione del quarto muro ai confini con la Giordania. L’intento del governo è di non limitarsi ai 40 km già autorizzati ma allungare la recinzione fino alle alture del Golan in modo da accaparrarsele definitivamente ed inglobare tutta la valle del Giordano: territori preziosi anche per sottrarre le acque dei fiumi ai paesi limitrofi.

13-28 settembre 2015

A Gerusalemme, in occasione di feste religiose ebraiche, coloni e fondamentalisti ebrei tornano a provocare sulla Spianata delle moschee, protetti dalla polizia che interviene brutalmente contro i giovani palestinesi accorsi a difenderla, ferendone almeno 20. Gli impari scontri si ripetono il 18, con altre decine di feriti fra i palestinesi; il 22, con l’invasione ebraica dei cortili di al Aqsa; il 28, con cecchini israeliani piazzati sul tetto della moschea, chiusa con catene dalla polizia israeliana dopo averne cacciato i mussulmani. Il governo difende a spada tratta i provocatori sionisti attribuendo ogni colpa ai “teppisti mussulmani”. Inutili, come sempre, gli accorati appelli alla “comunità internazionale”, cieca e sorda davanti all’intento sempre più chiaro dello stato ebraico di accaparrarsi il luogo sacro dell’Islam: non se ne ricava che una “esortazione al mantenimento dello status quo” da parte dell’Onu. Dopo la semidistruzione dello storico cimitero arabo di Marmila, è ora in pericolo anche quello di Bab al Rameh, accanto alla moschea al Aqsa, destinato dalle autorità israeliane ad “area verde”.

30 settembre 2015

All’Assemblea dell’Onu, è issata per la prima volta la bandiera palestinese, 3 anni dopo l’ingresso dello ‘stato di Palestina’ come ‘osservatore’, fra i clamori israeliani ispirati al consueto refrain sul ‘nazismo’ , lo ‘antisemitismo’ ecc. Ma per i palestinesi è un’altra occasione persa perché Abu Mazen, mancando di nuovo le promesse fatte, non denuncia gli accordi di Oslo per le inadempienze di Israele e non ne chiede l’incriminazione alla Corte penale internazionale, limitandosi alle solite, inutili, lamentazioni ed invocazioni.

1-10 ottobre 2015

La tensione sale alle stelle nei Territori dopo le prime reali rappresaglie palestinesi, 4 coloni uccisi , 2 da un commando armato e gli altri per mano di un 18enne, subito falciato dalla polizia. Governo e coloni all’unisono minacciano rappresaglie, il primo mediante la blindatura dei Territori con ingenti schieramenti di forze, “l’accelerazione delle demolizioni di case”, multe e sequestro dei beni ai genitori dei ragazzi coinvolti nella rivolta e, di fatto, uccisioni immotivate; i secondi praticando aggressioni, spedizioni punitive e marciando ogni giorno per invocare “morte agli arabi”, “Israele agli ebrei”, “vendetta” o la “riunificazione di Gerusalemme”. In 10 giorni, i coloni ebrei morti restano i 4 citati, 7 in tutto i feriti, per lo più per accoltellamento; a fronte di 15 palestinesi ammazzati fra Cisgiordania e Gaza, fra i quali diversi adolescenti; cui vanno aggiunti centinaia di feriti, mentre Mezzaluna rossa denuncia 27 attacchi contro le sue ambulanze che corrono ovunque in soccorso ai ragazzi aggrediti.

15 ottobre 2015

A metà del mese, il bilancio della rivolta palestinese e della brutale repressione è salito a 9 ebrei e 33 palestinesi uccisi, 17 dei quali ultimi nel corso di manifestazioni, a 1300 i feriti, sempre palestinesi. Ma la stampa internazionale, specie occidentale, riferisce solo delle poche vittime ebree ed ignora quelle palestinesi, esercitandosi come sempre nel rovesciamento delle parti fra aggressori ed aggrediti. Da parte sua Abu Mazen, già dimentico anche delle poche promesse rimaste in piedi, si guarda dall’interrompere la “cooperazione per la sicurezza” con Israele e si adopera in ogni modo per sedare la rivolta palestinese in corso, anche praticando arresti di esponenti di Hamas. Di contro quest’ultima, per voce di Ismail Haniyeh ed altri esponenti, nelle preghiere del venerdì a Gaza, ha incitato all’Intifada, “unica via per liberare la nostra terra” ed assicurato che “Gaza sta facendo e farà sempre la sua parte”.

20 ottobre 2015

Si è allargata ancora la ‘Intifada di Gerusalemme’, dalla capitale a diverse aree della Cisgiordania e particolarmente ad Hebron. Adolescenti che non hanno più nulla da perdere sfidano apertamente la polizia ed i coloni, rischiando ogni volta la morte. Ogni aggressione palestinese, vera o immaginata, è punita con l’esecuzione immediata; così come continuano gli arresti, ormai centinaia, le espulsioni e le demolizioni di case; mentre le provocazioni e le aggressioni dei coloni sono protette dalla polizia israeliana: nella sola giornata di oggi sono 5 le vittime palestinesi, per mano della ‘sicurezza’ e dei coloni, ed un richiedente asilo eritreo, scambiato per un arabo, viene linciato da un gruppo di fanatici. Le ‘forze di sicurezza’ non risparmiano i reporter che, fermati ed interrogati, si vedono sequestrare i loro materiali. Gaza, come promesso, partecipa alla rivolta pagando un alto tributo di sangue: sono già 13 i gazawi uccisi, decine e decine i feriti nelle manifestazioni a ridosso del confine, mentre nella notte è tratto in arresto il leader cisgiordano di Hamas, Hassan Yusef. La ‘comunità internazionale’ continua ad ignorare le ragioni della rivolta e la feroce repressione in atto: oggi giunge in visita Ban Ki Moon, per rituali incontri con Netanyahu ed Abu Mazen, nei quali il segretario dell’Onu non va oltre gli “inviti alla calma”: parole al vento, senza un reale significato e senza conseguenze.

24 ottobre 2015

Con il patrocinio del segretario di Stato John Kerry, Israele e Giordania, che hanno recentemente ufficializzato le loro relazioni diplomatiche, si accordano sul mantenimento dello status quo della Spianata delle moschee, con la continuazione del ruolo formale di ‘custode’ del sito per la monarchia giordana, il “rafforzamento delle misure di sicurezza” decise dallo stato sionista e, sempre pro forma, il divieto per gli ebrei di tenervi i loro riti: aggirabile ed aggirato nei fatti, ogni settimana, dato che coloni e rabbini si presentano come “turisti”, protetti dalla polizia, che ha per contro intensificato le limitazioni all’accesso dei mussulmani. I palestinesi sono stati come sempre ignorati, a partire dal rappresentante americano che si è limitato a rivolgere richieste ad Abu Mazen volte a rafforzare la repressione con la cooperazione del presidente (scaduto) dell’Anp. Forte dell’appoggio della ‘comunità internazionale’ e degli israeliani, Benjamin Netanyahu minaccia la revoca della residenza a Gerusalemme per 80.000 palestinesi ed intensifica i divieti di circolazione per gli abitanti di Hebron, ormai blindati nelle loro abitazioni.

31 ottobre 2015

La Mezzaluna rossa aggiorna le cifre delle vittime palestinesi: 71 i caduti dal 1° ottobre, quasi tutti giovanissimi, la maggior parte dei quali per esecuzioni a freddo, oltre 2600 i feriti da proiettili, 1553 gli arresti, anche a danno di bambini e adolescenti (479). Gli israeliani uccisi si fermano a 11. A questa data, i coloni ebrei stanziati nella Cisgiordania occupata sono stimati in 655.000, grazie all’intensa colonizzazione, alle confische e demolizioni di abitazioni palestinesi.

3 novembre 2015

Ad Hebron, militari israeliani irrompono nella radio ‘al Hurria’ per chiuderla: trasmetteva puntuali notizie sulla rivolta palestinese e la repressione ebraica. Gli israeliani non dimenticano Gaza: viene aperta una diga per allagare vasti terreni della Striscia, provocando gravi danni che, come sempre, nessuno risarcirà; ne seguiranno irrorazioni di pesticidi sui terreni agricoli, mediante gli aerei. Infopal riporterà nelle prossime settimane un rapporto dell’Unrwa secondo il quale nella Striscia si trovano tuttora circa 7000 ordigni inesplosi, disseminati sui terreni agricoli, che hanno già ucciso 16 gazawi e feriti altri 90, fra cui 38 bambini.

10 novembre 2015

Prima di partire per gli Stati Uniti, Benjamin Netanyahu promette ai coloni l’ampliamento di Ma’ale Michamas, vicino Ramallah, e l’aumento di 900 unità nella colonia di Gilo, presso Betlemme. A Washington, incontrando Barack Obama, non ne riceve alcun rimprovero bensì la promessa del quasi raddoppio degli aiuti militari e in denaro, da 3 miliardi a 5, una sorta di risarcimento per le aperture americane verso Teheran; e chiede platealmente al presidente americano di prevenire ogni riconoscimento dei diritti palestinesi. La carta bianca statunitense è, come sempre, garantita.

17 novembre 2015

L’indomani degli attentati di Parigi, il governo Netanyahu pensa al profitto da trarne. Preceduto da dichiarazioni infiammate contro il popolo palestinese, con l’attribuzione al Gran Muftì del ruolo di istigatore della Shoah ed il paragone dell’Intifada con l’Isis, il governo decide la messa fuorilegge del movimento islamico in Israele, con decreto firmato dal ministro alla Difesa Moshe Yaalon, che prevede altresì la reclusione ed il sequestro di beni per chiunque accusato di sostenere detto movimento, il carcere inoltre per chi diffonde “la notizia che la moschea al Aqsa è in pericolo e che Israele ne vuole cambiare lo status”. A tempo record è arrestato e condannato a 11 anni di carcere il leader del movimento, sheikh Raed Salah. Ne segue uno sciopero degli arabo- israeliani, il 19, additati dalla propaganda sionista come il “braccio settentrionale” dell’Intifada e, di fatto, come capro espiatorio.

20-21 novembre 2015

Nella notte, nel borgo di Kafr Kannah, un gruppo di coloni ebrei brucia vivo un 22enne palestinese, Fadi Hosh, e ne getta il corpo in una discarica. Ne segue una rappresaglia palestinese con l’uccisione di due coloni da parte di Shadi Arafeh, che viene freddato dai soldati israeliani subito accorsi. Ad Hebron, dove si sono svolti i fatti, le autorità israeliane bloccano anche i permessi di lavoro ad oltre mille arabi.

26 novembre 2015

A Qatanna, vicino Gerusalemme, un brutale rastrellamento israeliano, fra i tanti effettuati, incontra la resistenza dei giovani palestinesi, che si scontrano con i militari. Questi ultimi uccidono con un proiettile alla testa Yahya Taha, lasciandolo sul terreno a morire dissanguato. Intanto la Knesset approva la modifica alla legge penale, proposta dal Likud, che consente l’arresto di bambini dai 12 anni in su; ed altri provvedimenti legislativi sono in cantiere per ostacolare l’attività delle associazioni critiche verso il governo (“Transparence Bill”). A fine novembre, le vittime palestinesi dall’inizio di ottobre sono già 102 e fra esse 20 bambini: lista destinata ad allungarsi nei giorni successivi, con altri due adolescenti freddati a Tulkarem e Gush Etzion. Secondo i militari avevano l’intenzione di ferire, rispettivamente, un soldato ed un colono: spiegazioni ormai consuete e più che dubbie.

11 dicembre 2015

Ad Hebron, città che conta ormai almeno un terzo delle vittime palestinesi, i soldati israeliani uccidono altri 3 giovani fra i quali, con un colpo al petto, il 22enne Oday Irshid, fratello della 17enne Dania, uccisa il 25 ottobre. Il giorno precedente i militari hanno attaccato perfino un bus scolastico di passaggio a Silwad, innescando scontri con gli abitanti. Anche Ramallah è teatro di impari scontri con l’uccisione ed il ferimento, nei giorni scorsi, di altri giovani che avevano assalito un gruppo di soldati presso l’insediamento di Ofra; e la Striscia di Gaza, con 58 feriti nelle dimostrazioni a sostegno della ‘terza Intifada’ ed in frequenti attacchi della marina ebraica ai pescherecci.

15 dicembre 2015

Gruppi di coloni ebrei, fiancheggiati dalla polizia e dai militari, irrompono ancora nella moschea di al Aqsa, rivendicandola ad Israele. Le forze israeliane completano l’opera perquisendo e sequestrando documenti ai fedeli mussulmani dimostrando per l’ennesima volta la fondatezza della notizia, la cui diffusione è punita ora col carcere, che lo stato sionista intende impadronirsi del luogo sacro.

20 dicembre 2015

Hezbollah, tramite la sua emittente, conferma l’avvenuta uccisione mediante un blitz aereo israeliano del libanese Samir Kuntar, che già aveva scontato quasi trent’anni di reclusione in relazione ad un attacco armato avvenuto nel 1979. Il movimento sciita promette le rappresaglie del caso ma le sue vittime sono sempre più numerose (v. nota 31 luglio 2015). La diplomazia israeliana, come di consueto, tace sul blitz; mentre fa filtrare la notizia di un’intesa raggiunta con la Turchia, non ancora siglata, per superare la rottura causata dall’eccidio israeliano sulla nave Mavi Marmara (vedi nota 31 maggio 2010): prevederebbe il risarcimento dello stato ebraico alle famiglie delle 10 vittime e dei feriti in cambio della promessa turca di controllare le attività di Hamas nel proprio paese, la ripresa dei rapporti diplomatici nonché esplorazioni congiunte e cooperazione per lo sfruttamento delle riserve di gas.

24 dicembre 2015

Nel susseguirsi di rastrellamenti e repressione, a Qalandiya, uno dei tanti raid dell’esercito sionista provoca la ribellione degli abitanti: Israele denuncia come sempre tentati accoltellamenti ma a morire sono sempre i palestinesi, veri o presunti assalitori: 4 in poche ore fra Qalandiya , Hebron e Gerusalemme, teatro presso la porta di Giaffa dell’uccisione di un colono (mentre un secondo sarebbe stato ucciso per errore dai militari stessi). Gruppi di coloni fanatici si dedicano a violenze continue che non risparmiano i bambini: fra le altre, un colono aggredisce dei bambini ad Hebron il 28 dicembre, ferendo gravemente una piccola di soli 7 anni, portata in salvo fortunosamente dal padre. Come di consueto non vi è alcuna punizione per costoro.

30 dicembre 2016

L’ufficio statistico del governo palestinese fornisce i dati della presenza palestinese nel mondo : 12,37 milioni, dei quali 4,75 stanziati in Palestina, 1,47 nel territorio israeliano, 6,46 milioni nei paesi arabi vicini, 685.000 in altri paesi. Nella regione storica i palestinesi sono all’incirca di pari numero rispetto agli ebrei, tenendo conto dell’intensità della colonizzazione e del numero alto di vittime dell’occupazione militare; ma ciò è compensato dal tasso di natività, più alto per le donne palestinesi (3,2 in media per ogni donna) rispetto alle ebree. Un rapporto israeliano, di fonte parlamentare, rileva a sua volta l’incremento dei coloni ebrei in Cisgiordania, che supera di poco i 406.000 (a fine 2015), +4,4% in due anni; e la stima – calcolata sulla progressione passata ed i progetti di colonizzazione- di superare il milione nel 2036.

1 gennaio 2016

A Tel Aviv, un arabo israeliano apre il fuoco contro gli avventori di un locale pubblico uccidendo 2 persone e ferendone 7, prima di dileguarsi: sarà catturato ed ucciso pochi giorni dopo. Solo di questo brutto episodio parla la stampa mondiale, benché la pista politica sia dubbia, mentre pochi commentano la morte nelle stesse ore di 2 palestinesi né la macabra lista delle vittime diffusa oggi dall’Anp: 144 gli uccisi palestinesi (a fronte di 20 israeliani, tutti adulti) dal 1° ottobre al 31 dicembre, fra i quali 27 minori, 15.000 i feriti, e fra essi 57 giornalisti colpevoli di aver ripreso o diffuso i crimini israeliani; 56 sono stati i raid contro al Aqsa. Alle centinaia di arresti, per lo più arbitrari, ai sequestri delle case delle famiglie di presunti attentatori il governo sionista ha aggiunto un’altra vessazione: il sequestro dei corpi degli uccisi, utile ad evitare imbarazzanti rivelazioni come a prolungare la sofferenza delle famiglie colpite dal lutto. Israele ha completato l’inaugurazione dell’anno nuovo con bombardamenti dimostrativi sulla Striscia di Gaza e l’ulteriore taglio al rifornimento del gas, in pieno inverno, per accrescere la sofferenza degli abitanti.  

6 gennaio 2016

Si dimette l’inviato delle Nazioni unite per i diritti umani in Palestina, l’indonesiano Makarim Wibosono, al quale lo stato sionista ha negato l’accesso ai luoghi ed alle vittime palestinesi, condizione alla quale egli aveva legato l’accettazione del mandato (v. nota 11 giugno 2015). Wibosono è stato ostacolato da Israele per aver sottolineato la inaccettabile punizione collettiva dei gazawi ed aver chiesto la fine dell’embargo; la realtà rovesciata presentata dal governo di Tel Aviv è invece che il suo “mandato era squilibrato”, così come tutta l’attività del Consiglio per i diritti umani nel quale “i palestinesi godono di una maggioranza automatica che porta ad un giudizio unilaterale”.

8-12 gennaio 2016

Mentre Israele urla alla “violenza palestinese” i suoi soldati continuano ad uccidere palestinesi, con la solita sbrigativa motivazione dei presunti assalti. La lista si allunga quasi ogni giorno: 4 uccisi oggi, accanto alla colonia di Gush Etzion, vicino Hebron, a Beit Yala, in scontri con i militari, uno a Gaza con altri gravemente feriti dai lanci di ordigni da un drone, con l’ulteriore bombardamento di ciò che resta dell’aeroporto di Rafah, già distrutto; altri due giovani cadranno il 16, con 10 feriti, negli scontri presso il campo profughi di al Burej. Le motivazioni israeliane delle esecuzioni extragiudiziali di palestinesi sollevano sempre più dubbi. Le fonti palestinesi citano fra gli altri il parlamentare laburista britannico Kaufman, secondo il quale “Israele ha costruito a tavolino oltre la metà dei denunciati episodi di accoltellamento, per quanto riguarda l’altro 50% alcuni episodi sono reali, per altri è impossibile stabilirlo perché i palestinesi sono stati giustiziati”

19 gennaio 2016

Le agenzie palestinesi riportano , oltre le quotidiane violenze dei coloni, la radicalizzazione dell’opinione israeliana contro i mussulmani, sempre più vicina all’estremismo dei coloni stessi. Fra i tanti casi, il rabbino Samuel Eliahu scrive oggi su un social che “l’esercito dovrebbe smettere di arrestare i palestinesi , dovrebbe invece giustiziarli e non lasciare superstiti…devono essere schiacciati e distrutti”. Un altro, leader dei coloni di Hebron, pubblicizza la propria denuncia contro Mohammed Dawabsheh, che ha visto la sua famiglia sterminata nell’incendio doloso a Kufr Douma, compreso il piccolo Alì di 18 mesi (v. nota 31 luglio 2015), per aver dichiarato in un’intervista “ Se Dio lo vuole, che l’Intifada vendichi il sangue dei Dawabsheh ed al Aqsa” . Non gli autori dell’eccidio- che le autorità hanno ostentato di cercare, senza trovare prove certe contro nessuno- ma il superstite dovrebbe essere punito, secondo costoro.

27-29 gennaio 2016

Anche il governo greco cede ad Israele con la firma di importanti accordi bilaterali in materia militare e di sfruttamento del gas, ufficializzati 2 giorni dopo in un vertice trilaterale fra Alexis Tsipras, Benjamin Netanyahu ed il presidente cipriota Anastasiades. Intanto la lista delle vittime palestinesi si allunga ogni giorno che passa: i morti dal 1° ottobre sono 164, fra i quali 39 bambini o adolescenti: pochi giorni fa, 24 gennaio, è stata la volta di una 13enne, Raqaya, al solito incolpata di tentato accoltellamento, e di Muhammed Nabil Halabiya di Abu Dis. Il 29 gennaio, in occasione delle preghiere del venerdì, abbiamo ben 76 palestinesi feriti negli scontri impari con i militari, fra Gerusalemme, Hebron, Ramallah, Qalqiliya e Gaza. Nel primo mese dell’anno, riferisce l’agenzia Infopal, le autorità israeliane hanno praticato 490 arresti.

14 febbraio 2016

Ancora vittime palestinesi, un 17enne vicino Nablus ed una ragazzina di 14 anni ad Hebron, colpiti a morte con la solita motivazione dell’intento di aggredire soldati israeliani, nessuno dei quali riporta ferite. Alle denunce sull’uso spregiudicato della ribellione palestinese si aggiungono in questi giorni Amnesty International e Defence for Children, la prima per rilevare che i militari israeliani “sparano per uccidere in situazioni n cui la minaccia è del tutto ingiustificata”; la seconda per segnalare che i minori ammazzati dall’inizio di ottobre (49 fra cui 17 ragazzine) sono stati vittime di “omicidi extragiudiziari”, tutti rimasti impuniti ed accompagnati dall’impedimento violento al personale medico di portare soccorso. Tacciono invece i governi amici di Israele ed anzi, il 15 febbraio, a nome dell’Europa, Federica Mogherini esprime “solidarietà al popolo israeliano alla

luce degli attacchi terroristici delle ultime settimane”

17 febbraio 2016

Il coordinatore per le attività umanitarie dell’Onu nei Territori occupati, Robert Piper, rivela che dall’inizio dell’anno le autorità israeliane hanno confiscato o demolito 283 fra abitazioni ed altre strutture palestinesi nella Cisgiordania, con il conseguente sfollamento di 404 persone, numeri definiti “allarmanti” perché già superano la metà degli analoghi provvedimenti relativi al 2015. Particolarmente colpita la valle del Giordano.

26 febbraio 2016

Il giornalista palestinese Mohamed al Qiq, in gravi condizioni per lo sciopero della fame intrapreso contro la detenzione amministrativa, ottiene finalmente l’assicurazione che tale detenzione, in scadenza in maggio, non sarà rinnovata. I festeggiamenti palestinesi però si spengono presto, alla notizia dell’ennesima esecuzione di un adolescente, incolpato di un’aggressione che non ha causato alcun ferito, e della brutale repressione delle manifestazioni in atto ogni venerdi. La lista delle vittime palestinesi della c.d. Intifada di Gerusalemme è giunta a 180.   E proprio oggi, in Bulgaria, è resa nota l’uccisione dell’ex prigioniero palestinese Omar Nayef, rifugiato nei locali della rappresentanza diplomatica palestinese a Sofia per sfuggire all’estradizione richiesta da Israele: la famiglia del perseguitato politico ucciso accusa lo stato sionista e la stessa ambasciata palestinese per non averlo protetto.